Una Canon G9 per Martina Colombari
- venerdì, 7 novembre 2008, 15:05
- Comunicati Stampa
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Lui, lei, una macchina fotografica: questi gli ingredienti minimi per un servizio con una modella. Di solito siamo abituati a pensare a backstage ben più popolati, fatti di truccatori e un esercito di assistenti da dedicare alla gestione dei file e a tutto quanto occorra in quei momenti. Fabrizio Ferri ha messo da parte tutto questo, per concentrarsi sulla semplicità della fotografia vera: fatta di scatti e di luce. Per far ciò è ricorso a una PowerShot G9 – la compatta top di Canon – incontrata casualmente e subito scelta per la semplicità d’uso, ma anche per la qualità generale del file: il tutto sommato alla precisione nella messa a fuoco e alla luminosità dello schermo sul dorso dell’apparecchio. Il maestro ci ha anche parlato di un’ottima latitudine di posa, dove luci ed ombre disegnavano il corpo della modella. Gli scatti sono tutti da scoprire, come anche le impressioni dell’autore che riportiamo in un’intervista esclusiva. Per inciso, Ferri ci ha preso gusto: il “Book of the Year” di Max sarà con Lola Ponce e, naturalmente, PowerShot G9!
L’intervista
D] Fabrizio, abbiamo osservato a fondo le tue immagini. Questo lavoro ci è sembrato diverso, più vero: perché?
R] Il servizio per Max è stato il primo lavoro in digitale in cui mi trovavo da solo con la modella. Questo credo abbia offerto risultati straordinari. Prima portavo sempre con me tante persone: assistenti, addetti al computer, persone del set e via dicendo. In quelle circostanze dovevo stare molto attento, anche solo per catalizzare l’attenzione su di me. Da quando ho preso in mano la G9, ho mandato tutti a casa: in senso metaforico, è ovvio.
D] Hai prodotto tutto il servizio con PowerShot G9?
R] in realtà tutti gli ultimi cinque lavori.
D] C’è tanta “donna” in questo tuo lavoro.
R] Direi tanta luce. Fotografando Martina, e durante gli altri lavori con la G9, ho riscoperto l’uso della luce quale “materia prima” della fotografia, rendendomi conto di quanto fosse importante per la genesi dell’immagine.
D] Questo riguarda lo scatto: ma la post–produzione?
R] Qui sta il bello! Non so se sia merito della G9, ma tutte le volte che andavamo a ritoccare l’intervento ci sembrava troppo intrusivo.
Abbiamo teorizzato che fosse “la pasta” della G9 ad adattarsi male agli interventi successivi; molto probabilmente era l’originale ad essere tremendamente bello e vero da risultare quasi immodificabile. Morale: siamo stati costretti a non ritoccare. Ho seguito personalmente tutte le fasi di “pulizia”, limitandole laddove erano indispensabili (lo sporco della pianta dei piedi, ad esempio). Il resto è stato lasciato intatto, un po’ come si faceva una volta: dove dipingevi con la luce, ottenendo un risultato senza vie di ritorno. Il richiamo ai periodi della pellicola sembra scontato, in realtà non si tratta di questo (lavoro in digitale da più di 12 anni, non ho rimpianti!); quando usi il fotoritocco “pesante” affidi le tue immagini a terzi, a persone che non conoscono ciò che l’autore voleva ottenere e che spesso non hanno vissuto “l’energia” delle sedute di scatto. Con la G9 ogni cosa ritorna al suo posto: ivi compresa la responsabilità dell’artista. Mi ripeto: si tratta di fotografia per davvero.
D] Lei comunque è bellissima…
R] Insuperabile: non ho parole; direi imperiale.
D] Lei si è accorta, durante gli scatti, di questo diverso modo di fotografare? Ha percepito la tua ricerca della luce?
R] Io e Martina non abbiamo mai lavorato insieme. No, direi che non si è accorta di nulla; di certo, però, ha notato la differenza del risultato finale, ma questa puoi trovarla nei lavori di molti autori. Ciò che abbiamo condiviso, insieme, è stata la libertà assoluta: la disponibilità reciproca. Non ho voluto né truccatori, né parrucchieri. Come dicevo, eravamo soli: e questo ha aiutato molto.
D] Quanto è durata la fase dello scatto?
R] Mezz’ora durante il primo tramonto, due ore per il secondo.
D] Dove eravate?
R] A Pantelleria, in luglio.
D] G9, perché?
R] Da anni cercavo una fotocamera che non fosse un ibrido. Non volevo una reflex con attaccato un sensore; in più desideravo abbandonare il PC, sempre al seguito quando usi dorsi digitali. Ho prodotto il libro Aria (anno 1997, Federico Motta Editore n.d.r.) tutto in digitale, quando però non esistevano portatili performanti e gli schermi non erano ancora piatti. Dopo anni di fatiche, aspettavo una macchina che mi convincesse. Ne ho provate tante, fino a quando un conoscente, in campagna, mi ha fatto vedere la G9. L’ho trovata subito bellissima, con quel suo schermo posteriore che risultava luminosissimo e dettagliato. Il software l’ho trovato subito “amico” e facile da usare; la messa a fuoco rapida e precisa. Ho subito telefonato in ufficio perché me ne trovassero una. Dopo un piccolo test, è stata subito adottata per i lavori che avevo in programma.
D] Il servizio di Martina…
R] Non solo: anche per il servizio di Monica Guerritore (Vanity Fair, Agosto ’08) ho usato la G9, così come per il calendario di Lola Ponce che uscirà a Novembre.
D] Tutte queste modelle illustri non si sono meravigliate nel vederti usare una piccola compatta, pur bella nel design? Sono abituate ad attrezzature ben più imponenti…
R] Eccome: la sola G9 le ha lasciate un po’ sconcertate. Si sono anche chieste se stessi scherzando! Per fortuna mi conoscono, così la meraviglia è durata poco.
D] La G9 come scoperta, quindi?
R] Certamente: sto già aspettando la G10 per provarla!
D] Tutti gli scatti in RAW?
R] Ovvio.
D] La luce? Sempre quella naturale? Nessun bank? Nessun pannello semi-riflettente?
R] Niente di niente! Qui sta il bello: pochi ingredienti, ma buoni; nessuna salsina per condire alcun piatto, come nella cucina per intenditori.
D] Dopo il primo lavoro? Considerazioni aggiuntive sulla macchina?
R] Solo conferme: non ho trovato alcun limite, solo il gusto per la libertà. In realtà è risultata compatibile con la sensibilità che ho per la luce. Prendi, ad esempio, la foto con Martina sdraiata sul pavimento: c’è un raggio di luce e tanta ombra. Col digitale le zone scure sono il regno del rumore, in queste foto non ce n’è traccia. Non solo: la macchina legge benissimo le alte luci e le ombre profonde. Per usare il linguaggio di un tempo, la G9 possiede un’ampia latitudine di posa.
D] Continui quindi a lavorare con G9?
R] Sì, almeno per i lavori che ho programmato.
D] Vivi a New York?
R] Sì, da cinque anni.
D] Scelta di vita o di mercato?
R] Tutte le scelte sono di vita. Io, del resto, volevo dei figli aperti mentalmente, abituati alle lingue e a ciò che è diverso.
D] Com’è la grande mela? Fotograficamente, intendo?
R] New York è una città che non sta mai ferma. È viva! Come tutte le realtà che pulsano, o ti attraggono o ti respingono, perché sanno offrirti il bello e il brutto.
D] Tu hai disegnato la luce quando ancora c’era la pellicola. C’è qualcosa di quel periodo che vorresti trasportare ad oggi?
R] Io credo che il lavoro del fotografo consista nel far vedere agli altri ciò che ha già visto. Se ti pagano per questo, diventi un professionista; in caso contrario, rimani un amatore. Il momento topico della fotografia è quando metti “l’oggetto che fotografa” tra te ed il soggetto. Lì si corre il rischio di rompere un’energia, perché è essenziale guardare senza essere visti. Ebbene, questo andava traghettato dal passato: quello scatto non intrusivo che donava libertà; lo stesso che oggi puoi ottenere guardando lo schermo posteriore della fotocamera, senza peraltro perdere ciò che accade intorno.
D] Occorre più energia per l’argento o per i numeri?
R] Col digitale, tu puoi continuare a scattare dopo 10 click; ed il senso dello scatto (e della foto) rimane consolidato. Oggi molti degli sforzi sono demandati in fase di post produzione: questo, al di là del lavoro di ritocco (vedi ad esempio la scelta del B/N rispetto al colore). Con G9 si potrà andare lontano.
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quante fregnacce… era meglio una pagina di pubblicità esplicita.